In
piena fase di studio mi capitò una cosa che destò
in me la curiosità che mi accompagnò per il
resto della vita, fino a spingermi a ricercare, a provare,
a chiedere e oggi a dare. Durante una lezione di ginnastica
artistica, il mio insegnante mi chiese di fare un esperimento,
non so ad oggi perché avesse scelto me. Mi disse che
avrei imparato una tecnica, il flic flac, senza fare niente,
io pensavo scherzasse e accettai, mi chiese di aiutare i miei
compagni e di pensare che ero io al posto loro, lo feci per
5 o 6 lezioni, ero abbastanza stanco dello scherzo e mi sentivo
preso in giro. Alla lezione successiva il mio Professore tirò
fuori il suo registro e disse che avrebbe valutato l’esecuzione
del flic-flac. Indovinate chi fu il primo della lista? Sì
proprio io! Lo guardai perplesso e lui mi disse fidati, feci
un flic-flac da quasi pieni voti, si! Lo feci e basta, come
se l’avessi provato per anni, il resto della lezione
fu su quello che lui chiamava: l’allenamento IDEOMOTORIO!
Capii in quel momento la potenza della mente nella costruzione
del gesto motorio e divenne una vera e propria ossessione
capire, passai con quel professore un po’ di tempo e
lui cominciò a trasmettermi tutte le sue conoscenze
ed esperienze, purtroppo però ci furono poche lezioni,
soffro ancora oggi pensando a lui e alla sua malattia.
Mi allontanai da tutto, dopo la sua morte, decisi di trasferirmi
altrove, mi laureai e mi specializzai in fisiologia dello
sport, qualcosa a livello inconscio mi spinse però
ad approfondire alcune delle intuizioni che mi lasciò
il vecchio professore passai dei mesi presso la biblioteca
della facoltà di medicina, studiando il sistema nervoso
centrale, concentrando la mia ricerca sui meccanismi di trasmissione
e controllo neurale del movimento. Ne rimasi affascinato e
mi colpì un vecchissimo testo russo che parlava di
psiconeurofisiologia …
La storia mi portò dunque alla specializzazione in
Psicomotricità che insieme alla specializzazione in
Fisiologia dello sport erano per me la garanzia di poter dare
a qualunque atleta, ciò che poteva servirgli per raggiungere
la massima performance.
Arrivò il momento di mettere in pratica le nozioni
che avevo studiato, mi trasferii in Italia e qui cominciai
con le squadre di pallavolo, la gestione di centri fitness,
la ripresa della passione per la bicicletta, e l’idea
di allenare i ciclisti, la nascita del centro d’allenamento
per ciclisti, i giornali, il successo, le richieste, le amicizie…
Però i miei interrogativi non erano svaniti, mi domandavo
se facevo la cosa giusta, mi domandavo perché ci sono
corridori che sulle prove al cicloergometro eseguono prestazioni
eccellenti, mentre in corsa non riescono a dare neanche il
50%. Cercavo nelle mie conoscenze, nei libri, ma non trovavo
il modo di poter dare un contributo maggiore a questi atleti,
i mille libri riguardanti il pensiero positivo
non mi davano un metodo.
Era per me vera CRISI.
Una cosa avevo imparato da questi libri, crisi vuole dire
crescita, solo attraverso la crisi la crisalide diventa farfalla
“quello che per il bruco è la fine del
mondo, per il saggio è una farfalla”.
Accettare l’ignoranza, mi diede motivazione, mi capitò
tra le mani, quasi per caso, una biografia di Gandhi, divorai
quel libro, mentre una voce interna continuava a pormi la
domanda: da dove veniva la forza del Mahatma, come poteva
un ometto cosi piccolo e quasi denutrito, essere così
CONVINTO, da riuscire a camminare per 200 km sempre in testa
alla folla che si dava il cambio, durante la marcia del sale!
Sempre più confuso, avevo fatto dell’allenamento,
della forza e la resistenza un culto, specializzazione su
specializzazione, stage su stage su come migliorare la forza,
su come migliorare la potenza, su come aumentare la soglia
aerobica… Pensavo e ripensavo e non mi davo pace, la
crisi era diventata crisi di mezza età. Mi sono perso
in me stesso, senza accorgermi che nella mia crisi d’identità
scivolavo in un burrone, portando dietro di me i valori che
mi avevano sostenuto fino a quel momento. La mia famiglia
fu la prima a pagarne le conseguenze. Io ammiravo Gandhi per
qualcosa che non riuscivo a capire, l’ammiravo per qualcosa
che non potevo comprendere, per qualcosa che non avevo, per
qualcosa di cui non avevo fatto l’esperienza: La convinzione
che ti porta ad incarnare ciò che professi. Gandhi
non era la cultura della “NON VIOLENZA” Gandhi
era la “NON VIOLENZA” ecco cosa non ero, ecco
cosa non avevo, ero povero di COERENZA, di CONGRUENZA fra
ciò che fai e ciò che sei. Non potevo che essere
perso. Avevo deciso di cambiare completamente il mio approccio,
la mia attività in un centro dove mi occupavo di preparazione
atletica specifica per ciclisti, venne chiuso, l'attività
passava per momenti di gloria e riconoscimento, di incassi
e successo a momenti tristi di decadimento, io non ero ciò
che facevo, lo facevo ma in fondo non ci credevo al cento
per cento. |