Sono
nato nel 1962 in Argentina, quella dei calciatori. Il mio
approccio con lo sport è stato con il ciclismo, ma
per motivi puramente funzionali, ero piuttosto grassottello,
mio padre decise di regalarmi la bicicletta e mi disse di
usarla più che potevo, perché mi avrebbe aiutato
a dimagrire.
Feci qualche gara, a proposito l’unico posto dove il
ciclismo è vivo come cultura è nella mia provincia
natale: Mendoza, una gara la vinsi, in volata mi ricordo…
ero ancora alle elementari.
In Argentina l’educazione fisica è considerata
una materia di studio, la si fa fin dal asilo. In quarta elementare
il mio professore d’educazione fisica diede vita ad
un’organizzazione sportiva scolastica creando una società
sportiva di pallavolo. Iniziò dunque la mia gran passione
per questo sport che tanto mi diede nella vita.
Oltre ad essere grassottello ero anche timido; la pallavolo
vissuta agonisticamente, ma con i principi sani di un collegio
cattolico, assunse in se i valori idealistici di altruismo,
cooperazione ed uguaglianza.
Furono
anni in cui aumentò la mia passione sportiva, non ero
dotato ma la mia determinazione e caparbietà mi davano
sempre la possibilità di farmi notare. Crebbi in questo
ambiente, a scuola andavo bene, poi gli integranti della squadra
sportiva avevano qualche agevolazione che non guastava, quando
bisognava giustificare qualche assenza o qualche mancanza
nei compiti.
La società crebbe con noi, la facemmo noi per intenderci,
si vendevano le torte di domenica dopo messa e con il ricavato
compravamo le divise. Il movimento crebbe e all’età
di 16 anni, il mio professore, mi chiese di seguire un gruppetto
di ragazzini che dovevano iniziare come me qualche anno addietro.
Accettai di buon grado, lui diceva che quelli come me, che
avevano successo grazie alla loro caparbietà e che
dovevano fare sempre il doppio degli altri per ottenere risultati,
erano in grado di trasmettere molto agli altri. Non avevo
nessun argomento per discutere la sua tesi, vivevo quei momenti
in modo esaltante, qualcuno credeva in me e io avevo la responsabilità
di insegnare e trasmettere la mia passione.
E’ magico quando qualcuno crede in te, succedono dei
miracoli, la mia carriera di pseudo-allenatore (giovanissimo
peraltro) fu di grande successo, quel gruppetto di ragazzini
crescendo con me, vinse tutto quello che si poteva vincere,
e con queste vittorie aumentò la mia autostima e la
voglia di dedicare sempre più tempo allo sport. |